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Prosa

Scrivere è un po’ come corteggiare una bellissima donna per molto tempo. Dopo averla conquistata ed esserci andato a letto, ti rendi conto che non la conosci affatto. Sei frustrato, incuriosito e anche un po’ incazzato. A questo punto ci riprovi, cambi il ristorante, le mandi un’orchidea invece delle rose rosse e la baci sul collo, solleticandole la schiena con la punta delle dita (è una mossa che funziona SEMPRE). Ci vai a letto una seconda volta, e di nuovo ti rendi conto che non hai capito niente.

Scrivere è un po’ così: rendersi conto che non hai capito niente, ma godersi il percorso.

La mia produzione di prosa ammonta ad una trentina di racconti, alcuni dei quali sono stati pubblicati diversi anni fa in una raccolta dal titolo Grandi momenti con musica. Se volete sottoporvi all’esperienza, qui potete scaricare uno dei racconti in questione, che si intitola La sciabola.

LA SCIABOLA

di Luca Elmi

“Il vecchio generale Diamante era molto alto ed ostentava due folti baffi bianchi a manubrio. Camminava diritto ed impettito, come se avesse inghiottito un bastone d’acciaio. Soleva fumare lunghi sigari, puzzolenti e virili e la sua chioma candida era sempre corta ed accuratamente pettinata.

Il vecchio generale Diamante era in pensione da molti anni, ma portava i suoi numerosi vestiti grigio ferro come gloriose e vissute uniformi…”

Grandi momenti con musica - Luca Elmi

Leggi il racconto

Il vecchio generale Diamante era molto alto ed ostentava due folti baffi bianchi a manubrio. Camminava diritto ed impettito, come se avesse inghiottito un bastone d’acciaio. Soleva fumare lunghi sigari, puzzolenti e virili e la sua chioma candida era sempre corta ed accuratamente pettinata.

Il vecchio generale Diamante era in pensione da molti anni, ma portava i suoi numerosi vestiti grigio ferro come gloriose e vissute uniformi.
Egli viveva a pensione presso una zitella cinquantenne, la quale, con il passare del tempo, era divenuta più una governante che una padrona di casa. Il generale abitava una spartana camera da letto ed un piccolo studio con le pareti a pannelli di mogano, coperte da frusti ricordi, fra cui la sua sciabola da ufficiale, la menzione e la medaglia ricevuta per un’azione guerresca in cui era stato ferito, e lettere di personaggi importanti.

Egli guardava ai giovani come ad una masnada di rammolliti; raccontava ai suoi nipotini, quando glieli conducevano in visita, lunghe storie di battaglie e di perduti eroismi. Disprezzava la maggior parte della gente e non aveva mai pianto in vita sua, dopo bambino.
Il vecchio generale Diamante amava il tempo della sua vecchiaia. Viveva abbandonandosi alle memorie, pensando alle sue cento battaglie, alle grida di guerra dei suoi soldati e lasciandosi cullare dal ricordo delle sue vittorie. Quanto alla morte… egli non la temeva, considerandola come una vecchia e valorosa nemica incontrata ed evitata innumerevoli volte. Sapeva che prima o poi il suo momento sarebbe giunto, ma la possibilità gli pareva sufficientemente remota, da non fargli perdere il sonno.

Era convinto che il modo in cui trascorreva i suoi ultimi anni riflettesse un certo stile, si considerava saggio e deciso e non gli dispiaceva essere preda, ogni giorno di più, di una certa, dignitosa decrepitudine. Insomma, il vecchio generale Diamante era alquanto soddisfatto dello stato attuale delle cose.

Un solo fastidio turbava la quiete delle sue lunghe giornate: la gatta.
La gatta, a nome Mimì, era la beniamina della signorina Ceccarelli, la padrona di casa. Ancora con gli occhi chiusi, essa era stata adottata dalla signorina e ne era divenuta inseparabile compagna. Malgrado la padrona si ostinasse a definirla intelligente ed affettuosa, Mimì era invece viziata, testarda ed inguaribilmente menefreghista.
Il generale, dapprima incline ad ignorare la bestia, era poi giunto ad odiarla accanitamente un giorno in cui l’aveva sorpresa intenta a dondolarsi aggrappata alla sua sciabola.
Da allora Mimì era una grossa spina nel pur poderoso fianco del generale.
La gatta soleva acciambellarsi sulla scrivania di lui e poi fissarlo finché egli, come destato da una mano invisibile, si riscuoteva dalla lettura del giornale e trovava quell’antipatico muso a pochi centimetri dal suo naso. Non servivano urla, spintoni, addirittura calci; Mimì continuava la sua azione di disturbo. Il generale era così giunto ad un compromesso, limitandosi a male parole e gesti minacciosi con riviste arrotolate.

Un giorno, però, Mimì osò troppo.
Era un pomeriggio invernale ed il generale Diamante, da poco terminato il pranzo, si stava abbandonando ad un sonno tentatore nella sua poltrona preferita. Si era ormai assopito, cullato dal canticchiare sommesso della signorina Ceccarelli, che stava rigovernando, allorché uno schianto lo ridestò di colpo. Il rumore veniva dal suo studio.
Il generale si avventò verso la stanza, ne spalancò l’uscio prima socchiuso e ristette, mentre l’ira montava dentro di lui.
La gatta Mimì era accoccolata contro la parete con lo sguardo colpevole e la sciabola, la sciabola del generale Diamante, era vicino a lei, a terra, nella polvere. Il generale si sentì impazzire di rabbia.
Come osava, quella stupida bestia? Quella sciabola rappresentava il suo passato; era stata sua compagna fedele e simbolo del suo ideale; era un’arma da uomini in un mondo di uomini. Quella sciabola era l’onore.
Il generale si avventò sulla gatta, che lo stava fissando paralizzata dalla paura. Tese una mano fulminea e l’agguantò per la collottola. Fissò quel muso ferino e soffiante per qualche secondo, mentre le sue mani stringevano sempre di più, poi scosse il corpo leggero con tutte le sue forze, lo squassò crudelmente, quasi ringhiando e lo sbatté contro la parete più vicina. La gatta picchiò contro il muro con un tonfo e stramazzò a terra. Rimase lì, morente, scalciando con le zampe posteriori, ed emise un miagolio schiumoso di sangue, mentre i suoi grandi occhi gialli divenivano opachi e Il generale incombeva su di lei, pronto a riempirla di calci.
Ma non era necessario. Mimì era morta.
Il generale si passò una mano sulla fronte e fissò gli occhi spenti della gatta.
Sentì allora un vuoto immenso ed una grande tristezza che si impadronivano di lui. Rivide tutte le sue battaglie, la guerra che aveva perso e quelle che aveva vinto. Ma questa volta non sentì grida di guerra o fanfare. Udì invece i lamenti dei moribondi, che gli ghiacciarono il cuore e per la prima volta avvertì il bisogno di piangere, perché la morte ch’egli così spesso aveva beffato, era in quel momento di fronte a lui, ed era una morte diversa da quella che credeva di conoscere. Non parlava di grandi uomini, di sudore e sangue o di vittoria. Non era una morte virile.
Era subdola e meschina. Emanava sterilità e putrefazione. Era fatta di letti sporchi d’ospedale. Puzzava di orina stantia e di cadaveri in decomposizione. Parlava di demenza, bave e decubiti.
Era una morte cattiva, invidiosa e strisciante. E gli faceva tanta, tanta paura, perché questa volta era lì per lui e lo aspettava battendo il piede.
Il generale si mise allora sull’attenti, fece dietro-front ed uscì dalla stanza, dimentico della signorina Ceccarelli che, richiamata dal trambusto, era china sul corpo di Mimì e piangeva sommessamente.
Uscì sul pianerottolo, il vecchio generale Diamante, e salì i gradini verso i piani superiori con passo marziale ed una maschera di gesso al posto del volto. Non rispose ai cenni delle persone che incontrava, il vecchio generale, ma continuò a salire imperterrito, senza neanche sbattere le palpebre, fino a giungere sulla terrazza.
Uscì al freddo dicembrino, ma il suo vecchio corpo non ebbe un brivido. Si avvicinò ai bordi della terrazza e scavalcò la balaustra, senza che le sue ossa stagionate protestassero. Rimase in bilico sul cornicione, rigido nella posizione di attenti, guardando tranquillo il baratro sotto di lui, mentre nuvolette gelate di fiato gli uscivano dalla bocca ed il naso gli si arrossava per il freddo.

Rimase fermo a lungo, il vecchio generale Diamante, con lo sguardo morto come quello di Mimì, pensando a chissà cosa.
Solo quando sentì la porta del terrazzo che si apriva con uno schianto, e molte voci che lo chiamavano, solo allora, con un piccolo saltello composto, si buttò nel vuoto.

Cadde irrigidito, il vecchio generale, e mentre cadeva come un falco colpito da una freccia e la terra si faceva sempre più vicina per abbracciarlo, lanciò una ruggente, mordente risata. Perché, alla fine, aveva capito la vita.